Il sangue

Cronache dall'Italia dell'anno 2027

11 gennaio 2027

Gennaio è un mese gramo. Bisogna affrontare gelo e intemperie con il capo chino e le mani in tasca, nel tentativo disperato di svoltare la giornata e di portare qualcosa a casa. Si è come contadini che si sveglino alle quattro del mattino con un occhio sul lunario e afferrino con mani callose un forcone e si incamminino, rompendo con i propri passi la brina ancora vergine che ricopre i prati geneticamente modificati, ad accudire una coltivazione di polli. Ma noi si è senza lunari o mani callose o forconi. I polli in batteria li vediamo solo spennati e fatti a pezzi, ricoperti di maionese, a farcire tramezzini. Non che le due incarnazioni dei polli, a dirla tutta, siano poi così dissimili. È un mese di gente sovrappeso che corre di notte lungo il bordo di consolari e viadotti, con indosso giubbetti catarifrangenti, per espiare l’ingordigia delle feste. Costeggiano mazzi di fiori ormai secchi, lasciati in ricordo di autovetture accartocciatesi intorno a lampioni, alberi, guardrail. Un furgoncino di passaggio gli tira una bottiglia di plastica.
Sono nell’ex-cinodromo. L’ex-cinodromo è illuminato a giorno, riscaldato dal vocio della folla, vibrante per il fervore degli allibratori. Sono arrivato a piedi, lasciandomi alle spalle l’asfalto ghiacciato e le ombre oblunghe gettate dai lampioni. Lungo questo lungotevere di serie B deserto, lo scheletro del gazometro si staglia illuminato, per un postmoderno timore del buio, contro il rosa della notte. Lo circondano i manifesti, gigantografie warholiane, bersaglio di fari allo xeno puntati verso il cielo. Sono entrato da un ingresso di servizio, dispensando pezzi da venti euri a mastodonti della sicurezza e oliando mani guantate con pezzi da cinquanta. Due uomini con mandibole quadrate e le facce coperte da cicatrici mi hanno spalancato la porta sul circuito. Ho ringraziato, offerto la dovuta mancia, e riparandomi gli occhi dalla luce dei riflettori mi sono incamminato verso le gradinate.
Siamo ormai al terzo girone. L’annunciatore è un grasso polinesiano, con una cresta tinta di biondo e un petto tatuato avvolto in un gilet con cappuccio color evidenziatore. Grida nel microfono i nomi dei cani—”Camerata Tutankamón! Snowbird Snowbird Mosquito!”—prima di uscire accompagnato dal clamore della folla. Il microfono rimane pendente al centro del circuito ancora per qualche secondo, quindi prontamente ritirato. I cani escono dalle gabbie. Mosquito, il pitbull, procede lentamente. Il mastino napoletano, Tutankamon, avanza traballante a passo spedito. I due cani si azzannano che le gabbie non sono ancora state richiuse. Il pubblico grida più forte. Bigliettini passano di mano. Denti vengono digrignati. Pugni stretti sventolati in aria. Approfittando della confusione, e rovesciando alcune birre, raggiungo il lato di uno dei palchetti VIP. Vi siede il Commendatore, incartapecorito, coccolato da una concubina e dalla sua famiglia allargata fatta di figli in gessato chiaro e nipoti in gessato scuro che si guardano in cagnesco.
Uno spruzzo di sangue dalla guancia di Tutankamon si allarga sulla rena. I muscoli tesi, i cani si contorcono a mezz’aria, scalciando, inarcando colli e schiene come in una carneficina in stile Fosbury. Addestratori e accompagnatori si avvicinano alle due bestie, gridando, i tendini del collo tesi come quelli di Mosquito, ragnatele di sputo che si protendono in avanti andando a mescolarsi a sangue e sabbia. Per farsi intendere dal Commendatore, il raffinato uomo che gli siede accanto ripete la domanda, questa volta facendosi sentire distintamente perfino da me: “Le fonti di allora, Commendatore, le fonti che assumeste negli anni settanta, sono morte?”. E il Commendatore volge la testa e gli risponde: “Nun lo saccio, purtroppo, nun lo saccio” (leggo le sue labbra da basilisco). La guancia di Tutankamon ha ceduto. Una ferita profonda si apre tra orecchio e mandibola, prontamente inquadrata sui jumbotron. Mosquito retrocede, ansimando con la bocca socchiusa, pronto a balzare di nuovo in avanti sotto la spinta delle zampe posteriori. Il viso del Commendatore, nel mentre, si è ridotto in uno stato peggiore di quello del muso di Tutankamon. Il viso del Commendatore è un buco di pelle esplosa, sangue e materia cerebrale. Nessuno ha sentito lo sparo—nessuno, appena sposto lo sguardo sugli spalti sull’altro lato del circuito, sembra correre via prima di essere scorto. O meglio, molti lo fanno, ma è difficile intuirne i motivi: vincite, perdite, rifinanziamenti dei debiti, braccia rotte da evitare.
L’uomo seduto al fianco del Commendatore, invece, si alza e si allontana a passo svelto. Il torso del Commendatore cade in avanti, si rovescia sulle ginocchia, e l’intero corpo scivola dalla propria poltrona verso la fila di poltroncine nella metà anteriore del palchetto. I nipoti spingono via il cadavere, prima di rendersi conto con orrore di chi sia il cadavere—o che sia un cadavere. Inseguo l’uomo, un tipo scaltro e segaligno di età indefinibile con indosso un abito scuro e un soprabito cammello. Si fa largo tra il pubblico diretto verso la cima degli spalti. Lo inseguo, tenendogli lo sguardo incollato. Lo raggiungo nel momento in cui dalla folla si alza un boato. Mi chiedo se sia per i cani. “Mosquito vince! Gente, Snowbird Snowbird Mosquito!”, grida il polinesiano. È per i cani. Gli poso una mano sulla spalla. L’uomo si volta di soprassalto. Lascia accidentalmente cadere una busta manila. Guardo la busta sfuggirgli di mano, toccare terra, posarsi sulla gradinata. In cambio, come ricompensa per la mia temporanea distrazione, ricevo un gancio sul mento che mi manda a fare compagnia alla busta. La busta viene raccolta.

4 gennaio 2027

Le riprese si rincorrono sugli schermi, mentre l’operatore muove le mani di fronte a sé come declamando a un sordo. Sergio tira assorto da una sigaretta, che stringe tra indice e pollice. “Vai indietro”, gli dice. “Estrai l’audio da quella sequenza, che lo usiamo. Montamelo durante il pezzo prima che andiamo in onda”.
Sergio cammina lentamente verso il lato opposto della piccola stanza. Riaccende la lampada. Dà un ultimo tiro, spegne la sigaretta in un posacenere tondo e si siede sul bordo della scrivania.
"La persona che fa graffiti sul marciapiede mi piace", mi fa. Si passa una mano tra i folti capelli bianchi. "È una bella storia. È in giro ormai da parecchi anni. Ti sarà capitato di camminare e di vedere queste scritte scavate nel catrame dei marciapiedi. Ho iniziato a notarle anni fa. ‘Stato qui’, scriveva. ‘Fatto questo’. Poi frasi dai classici latini, poi mottetti, è passato per pasquinate, quindi è arrivato ai nomi stessi dei luoghi in cui si era chinato per incidere per terra".
Si accende un’altra sigaretta. Fa scivolare l’accendino nel taschino. “Taglia quell’intervista al tipo che dice di avere incontrato l’uomo dei marciapiedi, fanne un’insalata e mettila da parte nel caso ci avanza tempo”, dice rivolto all’operatore. “Non ho idea perché abbia a un certo punto iniziato a scrivere toponimi. Magari era un modo per passare dal digitale della realtà aumentata a un analogico di cemento che ti passa sotto le scarpe. O magari è semplicemente un vecchio matto che con il trascorrere degli anni non ha saputo più che scrivere. Sono cose che capitano”.
Sullo schermo al centro, oltre le spalle dell’operatore, scorrono le immagini di una protesta. “Usiamo l’audio di quella”, gli dice Sergio. Sotto i piedi dei manifestanti, lungo metri e metri di marciapiedi, lettere gigantesche recitano: Vaffanculo voi; oppure: Vaffanculo l’Italia. Il ritirarsi della folla le mostra una a una, come grani di un rosario. I manifestanti indossano maschere da Guy Fawkes, da oggetto di merchandising di un vecchio fumetto e poi di un film assurte a simbolo della protesta confusa, disinformata e non partigiana. In due parole, della protesta assoluta: della protesta per diletto, male indirizzata verso qualunque sia il bersaglio della folla col forcone e le fiaccole nella sua mezz’ora d’ira.
Me lo immagino, il tipo del marciapiede, chino mentre finge di allacciarsi le scarpe. Ha il cappuccio di una felpa che gli cela la faccia, una barba ribelle, la bava alla bocca. Stringe in pugno un manico di cucchiaio rozzamente affilato, con cui incide pazientemente il marciapiede. Ha gli occhi pazzi. “Chissà chi è”, esclama Sergio.
"Io lo so che tu lo fai solo per soldi", mi dice Sergio, "qualunque cosa tu faccia, ma se devi abbattere una colonna portante di una società come la nostra non fare come Diogene. Parati il culo e pianifica in anticipo come ricostruirla, altrimenti qualcuno lo farà al posto tuo. E quello che creeranno, caro mio, potrebbe essere peggio del mondo contro cui tu lottavi. Come è successo ed è successo di nuovo e succederà ancora".
"Dici che devo fare come Silla? Marciare su Roma, giustiziare i senatori, nominarmi dittatore per fare arrivare in orario i treni, quindi ritirarmi a vita privata? Fosse per me mi ritirerei direttamente a vita privata".
"Ci divertiamo troppo per anche solo prendere in considerazione la possibilità di lasciare perdere. Secondo te", tossisce, "secondo te, anche se potessi, andrei in pensione? Silla comunque lascialo perdere. Dopo ogni Silla, benevola testa di cazzo che era, ti arriva sempre un imperatore Nerone". Oltre il montatore, sugli schermi, apparivano riprese di piazza Fontana, della strage di Bologna, di quella di Fiumicino, delle bombe di San Silvestro.